sabato 4 agosto 2018

Cima Grappa, 1775 metri di pura sfiga


15/07/2018


Faccio un lavoro che mi impegna 6 giorni su 7, e tutta la settimana lavorativa è improntata a capire come sfruttare l’unico giorno libero concessomi. Giorno che puntualmente viene usato per stare sul divano a recriminare se stessi per non essere andato da qualche parte.

“Fa niente, tanto avevo giusto bisogno di riposarmi”, dico guardandomi allo specchio, mentre una singola lacrima scende lungo la guancia.

Così passo il tempo sognando e cercando in internet luoghi che non avrò mai la voglia di raggiungere.


Finché non trovo questa foto:


All'improvviso, musiche angeliche risuonano nella mia mente

Trattasi del sacrario militare del monte Grappa. Leggo giusto qualche info: qui posso trovare Storia (con la esse maiuscola), architettura monumentale, spiritualità, un panorama niente male, magari un po’ di frescura, il tutto condito da quel non so che di finis terrae che ci sta sempre bene.
È una salita impervia? La gente muore di fatica nel tentativo di raggiungere la cima? Ho una bici non da corsa che pesa tonnellate?
- “Echissenefrega”, dice il cuore.
- “Sei un coglione”, risponde il cervello.




Aspetto qualche settimana (mese?) e trovo la domenica giusta per tentare l’impresa. Decido che mi accompagnerà Gianmarco, l’amico di mille scampagnate.

Due parole su di lui.
Gianmarco è la persona con cui nessuno sano di mente penserebbe di partire, data la sua propensione a dimenticarsi costantemente di portare con sé tutto ciò che dovrebbe servirgli lungo il viaggio. Per dire, se si decidesse di visitare l’India durante la stagione dei monsoni e lui avesse la possibilità di dimenticarsi una sola cosa, quella cosa sarebbe sicuramente l’ombrello. Ma è anche la persona con cui chiunque vorrebbe stare nel momento in cui le (immancabili) difficoltà si palesano tutte assieme. Lui riesce ad essere entrambe le cose, e ci riesce contemporaneamente.
Devo ancora capire come.

Una volta decisa la partenza, c’è il problema di arrivare a Bassano del Grappa; l’unica soluzione possibile è treno+bici attraverso un viaggio incredibilmente lungo e stancante con cambio a Verona e a Mestre. Ci si mette così tanto che avanza poco tempo per il nostro scopo: infatti sono quasi 10 ore di treno tra andata e ritorno, e se perdiamo il treno della sera siamo spacciati.
Cerchiamo di non pensarci. Soprattutto quando causa ritardo (colpa mia) perdiamo il primo treno del mattino e ripieghiamo sul secondo treno, ovvero l’ultima possibilità per cercare di tornare a casa in giornata. 

L'unico treno "di lusso" che abbiamo trovato, ovvero l'ultimo

Arriviamo a Bassano intorno all’una e scendiamo dal terzo treno della giornata già distrutti. Tra parentesi, io ho due ore scarse di sonno alle spalle, il mio amico forse quattro. Perché siamo due cretini.
Il viaggio comincia subito bene, visto che dopo 1 km il mio contachilometri decide di suicidarsi staccandosi dal manubrio completamente a caso; torno indietro, rischio l’investimento, lo recupero e mi improvviso MacGyver.

L'elegante riparazione

La salita si mostra subito difficilotta, almeno per me visto che l’altro sale molto più agevolmente. Ma il panorama non è affatto male, e l’ombra dei cipressi piantati lungo il ciglio della strada attenua un po’ il caldo. Ogni tornante è numerato, così ci si riesce a dare delle tappe mentali intermedie.
Ma a metà circa del percorso comincio ad essere colpito dai crampi ad una gamba, poi cominciano ad arrivarmi contemporaneamente ad entrambe le gambe ad intervalli regolari. Non sono allenato, non ho dormito un cazzo, la mia alimentazione fa cagare e le mie borse pesano quanto me: non è che ci sia molto da stupirsi. Ma la frustrazione di non riuscire a pedalare per più di 20 secondi perché poi si è costretti a scendere dalla sella e spingere la bici a mano per due minuti e poi pedalare di nuovo per 20 secondi e poi scendere di nuovo è immensa.

- “Eh ma ci credo che fatichi, hai le borse pesantissime, cos’hai portato?”
- “Un pile, un paio di pantaloni corti di ricambio, 10 kg di attrezzi tra brugole e chiavi, un paio di magliette, un paio di bottigliette d’acqua, vestiti antipioggia, 8 toast, una cartina di Milano, un paio di forbici, un rotolo di nastro adesivo, due pompette, camera d’aria di ricambio, toppe, un deodorante, due scaldacollo, un fumetto di Rat-Man e un libro sulla storia del Fascismo”.

Dentro le mie borse c’è di tutto, dato che non le svuoto per settimane intere dando per scontato che quello che ci ho inserito mesi prima sia comunque necessario a prescindere. Anche se non ricordo bene cosa sia di preciso. L’unica cosa che so per certo è che in caso di difficoltà non saprei minimamente usare la quasi totalità degli attrezzi che mi porto dietro, ma il solo fatto di sapere che trasporto con me svariati kg di qualcosa mi fa stare più tranquillo.
Sì, sono pazzo.
Guardo attentamente lui e la sua bici e sto già per fare una domanda, ma lui mi precede:
- “Bisogna fare così, viaggiare leggeri.”
- “Leggeri? Porca miseria, non hai nulla!”
- “Beh, nulla, ho questo.”, dice indicando il k-way racchiuso in 5 centimetri quadrati e una crema solare. E mi regala il sorriso più bello che possa fare.
Talmente bello che d’istinto lo butterei giù dalla scarpata. Maledetto incosciente.

Fuori dal finestrino, il Mondo Reale

La seconda metà è un’agonia: caldo asfissiante, poi due gocce, poi di nuovo caldo, crampi ovunque; l’acqua da bere finisce e non c’è nessuna fontanella/sorgente/scarico industriale/pozza paludosa, ma solo piccoli bar dove sei di volta in volta costretto a comprare nuove bottigliette perché in tutti i bagni giganteggia la scritta ACQUA NON POTABILE. Stronzi.
Noi siamo furbi e proviamo comunque a bere da ogni rubinetto che incontriamo lungo il cammino; io desisto quasi subito e imbottiglio quel che trovo per usarlo successivamente come doccia-fai-da-te, Gianma è più testardo e forse crede che al 18esimo sorso quell'acqua diventi magicamente potabile.
- “Com’è?”
- “Eh, io la bevo, vediamo se poi sto male”

Gli ultimi chilometri per il sottoscritto sono paragonabili alla Passione di Cristo; l’amico che 10 tornanti più in avanti e 50 metri sopra di me grida che "è quasi fatta", mentre spingo la bici a mano con le borse cariche di bottigliette piene. Tentiamo pure un momentaneo scambio di bici, ma rischiamo la morte per sbandamento e 5 minuti dopo ognuno ha già ripreso il proprio destriero.
In tutto questo ci rendiamo consci del fatto che ormai è troppo tardi per tornare giù e prendere l’ultimo (nonché unico) treno disponibile in giornata, ma ormai la conquista della vetta è diventata una questione di principio. Ci penseremo dopo.
E finalmente, la cima!

             
             

Passiamo prima accanto al Rifugio Bassano, rimanendo all'aria aperta; facciamo qualche foto di repertorio, ci sediamo qualche minuto e leghiamo le bici con l’intento di incamminarci verso il sacrario distante poche decine di metri. Appoggiamo parte del nostro (sudato) vestiario sulle bici a prendere aria e andiamo.

Il cielo non è limpidissimo e non vedremo la laguna di Venezia, ma siamo soddisfatti comunque; la fatica fatta per arrivare lì ci fa apparire il panorama ancora più bello di quello che è in realtà.

             
             
             
             
             
                     

Scattiamo ancora qualche foto; poi mi accorgo di avere il cellulare quasi completamente scarico e di aver dimenticato – per l’unica volta nella mia vita, cazzo – il caricabatterie nel luogo di lavoro. Il telefono mi si spegne in mano mentre sto realizzando tutto ciò.

- “Cazzo, ho il cellulare completamente andato! Il tuo è carico?”
- “Sì, è carico…”
- “…ma?”, dico, già sicuro che qualcosa non andrà come dovrebbe.
- “…ma non ho credito.”


Quindi siamo in montagna a 300 km da casa, costretti ad aspettare il primo treno del mattino successivo, senza possibilità di comunicare alcunché a qualcuno, col sole che sta per tramontare. Abbiamo entrambi le madri più ansiose che il mondo abbia mai conosciuto – completamente ignare di dove ci troviamo noi al momento – e in più il sottoscritto deve presentarsi al lavoro puntuale alle 13 del giorno dopo.
Corriamo indietro al rifugio nella vana speranza di stare un po’ al caldo, mangiare (stiamo morendo di fame) e magari trovare un posto dove dormire. Riusciamo giusto a bussare alla porta; esce una ragazza che ci dice “mi spiace, abbiamo appena chiuso”, sale su un’auto e sparisce all’orizzonte. Seguiamo tutta la scena con un certo fatalismo, senza quasi spiccicare parola. A quel punto ci rendiamo conto di essere gli unici esseri viventi rimasti sulla cima, mentre un nuvolone compare dal nulla e inghiotte tutto: un modo carino da parte del Fato per dirci che l’unica alternativa che abbiamo è scendere velocemente a Bassano e trovare cibo e riparo là.

            

Grazie al termometro incastonato nella parete del rifugio scopriamo che la temperatura è appena precipitata a 11°C. Le due magliette che avevamo appoggiato sulle bici sono diventate all'istante rigide come se avessimo esagerato con l’appretto, praticamente inservibili. Prendo il pile, lo indosso e mi giro a guardare Gianmarco: un bozzolo umano in pantaloncini corti che non riesce a staccarsi dalla parete.
- “Freddo?”
- “Uhm uhm.”
- “Vuoi una delle mie magliette di scorta?”
- “Uhm uhm.”. Capisco che è un sì.
- “Vuoi uno dei miei scaldacollo di riserva?”
- “Uhm uhm.”. Capisco che è un sì.
 - “Fra un po’ non si vedrà nulla, le luci le hai?”
- “Uhm uhm.”. Capisco che è un no.
- “Vuoi una delle mie?”
- “Uhm uhm.” Capisco che è un sì.

Quando vi conoscete da anni non c’è nemmeno bisogno di parlare, per capirsi. Eh, l’amicizia.
Cominciamo la discesa e al primo tornante rischio immediatamente la morte: la curva c’è, ma io vado dritto perché sono impegnato a capire se il contachilometri funziona o meno.

<<E implacabilmente si presenta sul campo di gioco il "nuvolone da impiegati". Ogni impiegato ha la sua nuvola personale. Sono nuvole maligne che stanno in agguato anche quattordici mesi, ma quando vedono che il loro uomo è in ferie o in vacanza gli piombano sulla testa scaricandogli addosso tonnellate di pioggia fitta e gelata.>>

A metà discesa il diluvio universale si rovescia su di noi. Continuiamo per chilometri e chilometri; io sto davanti perché ho la luce bianca anteriore e un po’ di strada perlomeno la vedo, lui sta dietro perché ha la luce rossa posteriore. Poi, 20 secondi dopo essermi sentito gridare “Ste, stai attento a non fare movimenti troppo bruschi, ché si cade!” sento un tonfo e il rumore di qualcosa che striscia sull'asfalto. Mi giro e vedo che Gianma sta affrontando il tornante piegando così tanto da sembrare un pilota di Moto GP. Si alza, si è fatto un male cane e ha il ginocchio di uno che sembra appena uscito da un conflitto a fuoco. Poi comincia a corricchiare in tondo, come se volesse in qualche modo sfuggire dal dolore che prova.
- “Andiamo più piano, tanto il ritorno in treno è andato a puttane!”

Passiamo davanti ad un B&B con una signora affacciata sulla strada, ci fermiamo e cerchiamo di capire cosa fare. Sempre sotto una pioggia torrenziale, lascio la bicicletta vicino al compagno di disavventure e raggiungo la signora.
- “Scusi, qui c’è la possibilità di mangiare qualcosa?”
- “Nuo, siamo suolo un B&B, non c’è la cena!”, mi dice con accento russo.
- “Ah! E c’è la colazione?”
- “Nuo, finito cibo anche per cuolaziuone!”.
- “Non si può nemmeno prendere una cioccolata?”
- “Nuo! Cioccuolata è veleno, qui facciamo suolo cose sane! Cuome le tisane!”




Guardo l’insegna e scopro di essere finito in una sorta di fattoria biologica per vegani. Non so più cosa pensare, la situazione è talmente grottesca che dovrei ridere, ma al momento non è una cosa facilissima.
Torno indietro da Gianma, valutiamo l’offerta e ci accordiamo per una tisana, poi vedremo il da farsi; ci viene aperto il cancello e possiamo finalmente ripararci un po’ dalla pioggia grazie ad una tettoria. La signora, che possiede anche due cani, è molto gentile e oltre alle tisane si preoccupa di medicare la ferita di Gianmarco. Quando si allontana, cerchiamo di fare il punto della situazione.

- “E quindi?”
- “Non lo so, non so più niente.”
- “Fame, eh?”
- “Sto morendo.”
- “A chi lo dici. Io mi fermerei pure a dormire, sarebbe bello riposarsi, ma cosa facciamo? Prendiamo una camera per poi andarcene tra 4 ore? Il treno è alle 5 e qualcosa.“
- “In effetti non ha molto senso.”
- “Aspettiamo che smetta di piovere, lasciamo qualcosa alla signora per il disturbo e corriamo a Bassano a cercare un qualche locale ancora aperto e ci fondiamo su una bella pizza.”
- “O un kebab.
- “Un kebab. Adesso? A mezzogiorno, topi morti?”
- “…ho fame.”
- “Eh, pure io.”
- “Per il treno, invece?”
- “Eh, intanto ci avviciniamo alla stazione, e la notte la passiamo in qualche modo. Alternative non ne vedo…”

Fortunatamente in mezz'ora smette di piovere e possiamo andarcene non prima di aver notato la gigantesca cacca che uno dei cani ha deciso di regalarci a mezzo metro dalle nostre sedie (e che schiviamo notandola all'ultimo), quindi ringraziamo la proprietaria, lasciamo qualcosa per il disturbo e riprendiamo la discesa prima che qualcuno ci accusi di averla fatta noi, vista l’atmosfera surreale che sta permeando l’intera giornata.
Arriviamo a Bassano e giriamo tre quarti d’ora prima di trovare una pizzeria ancora aperta; ci scofaniamo giustamente due pizze e un piatto di patatine fritte alla velocità della luce. Nel frattempo chiedo alla cassiera se per caso qualcuno ha un caricabatterie per il mio cellulare, ma ovviamente nisba.

Usciamo da lì all'incirca a mezzanotte, e decidiamo di girare per la città per vedere quelle tre cosette segnate su una mappa che ci è stata gentilmente offerta in pizzeria: un ponte, una chiesa, una piazzetta.
Ci sediamo sul basamento di una statua e osserviamo la fauna locale, meravigliandoci di come tutti, ma proprio tutti – dal bimbetto di 7 anni all'anziano novantenne – tradiscano un fortissimo accento veneto. Roba che a noi abitanti di Milano, una città dove non si parla dialetto per le strade da almeno 25 anni, sembra di un altro pianeta.

Ci dirigiamo verso la stazione nella speranza di trovare un locale protetto dove poter passare la notte, ma purtroppo la sala passeggeri è ancora chiusa. Un cartellino ci avvisa che l’apertura del bar avverrà mezz'ora dopo la partenza del nostro treno, quindi ci rassegnano all'idea di passare l’intera notte all'addiaccio fino a 5 minuti prima della partenza. Altro che colazione. Troviamo due panche di metallo scomodissime situate sotto una piccola pensilina a 20 metri dall'ingresso della stazione. Però almeno il clima è perfetto, soprattutto dopo l’acquazzone che ha spazzato via un po’ dell’afa pomeridiana.

Non faccio in tempo a dirlo che ritorna il diluvio universale.
Sarebbe pure bello, se non ci fosse il vento gelido a rendere la pioggia orizzontale. A questo punto mi domando chi di noi due sia Fantozzi e chi sia Filini.
Ci mettiamo in piedi sulle panche e aspettiamo la fine dell’agonia; il tempo lo passiamo tra uno sbadiglio e l’altro leggendo i miei libri e guardando filmati su YouTube dal cellulare dell’amico (sia lodato il Wi-Fi della stazione, sempre attivo). L’ultima chicca della notte è rappresentata da una pattuglia dei Carabinieri che ci passa accanto e si ferma per chiederci chi siamo e cosa stiamo facendo.

Che sono domande più che legittime, soprattutto vedendo come siamo conciati.

"Stefano, perché i Carabinieri mi hanno guardato così male?"
"Secondo me perché assomigli ad un Latinos appena uscito da un conflitto a fuoco"
Noi spieghiamo, quelli fanno “uhm, uhm, sì” col tono di chi è costretto a dare ragione a dei pazzi, e l’auto sparisce a passo d’uomo nella notte.
Finisce di piovere non appena apre la sala passeggeri, nella quale entriamo giusto il tempo di capire a che banchina andare. A questo punto, se tutto va bene, dovrei arrivare a Milano con un paio d’ore di tempo per raggiungere il luogo di lavoro.
Solo che non va tutto bene.

Al primo cambio di treno a Mestre non ci sono problemi, ma durante il secondo cambio a Verona scopriamo che il treno per Milano è in ritardo di 35 minuti.
Che poi diventano 45.
55.
65.
Porca puttana.
Pare che durante la notte il maltempo abbia fatto cadere degli alberi sull'unico binario dove passano tutti i treni che vanno dal Veneto alla Lombardia. Tutti, eh. E dobbiamo dare la precedenza a tutti i convogli prima del nostro. Tutti, eh. Quindi sul nostro treno salgono mille persone più del previsto, è tutto strapieno e non possiamo nemmeno spostarci nel “vagone bici” (rigorosamente tra virgolette); siamo costretti a rimanere in piedi nel locale di comunicazione tra due vagoni a tenere costantemente le nostre bici per non farle cadere, mentre la gente continua a passare con la grazia di un elefante. Che è esattamente quello che desideriamo dopo non aver dormito nulla e non essere ancora riusciti a sederci un minimo nelle ultime 4 ore. C’è pure un gruppetto di ragazzi che fuma di nascosto, perché tanto cosa vuoi che sia un po’ di fumo in una stanza di 1,5x2 m pieno di persone e senza finestre.

Partiamo in ritardo di oltre un’ora e venti sulla tabella di marcia e continuiamo a fermarci in mezzo al nulla a causa del traffico sulla linea ferroviaria.
Però si può fare di meglio, Fato.
Infatti, all'ennesima sosta forzata il capotreno passa a dire a tutti i passeggeri che “causa eccessivo ritardo, la corsa fino a Milano Centrale è soppressa e il treno farà quindi capolinea a Milano Lambrate”.

La sequenza dei miei pensieri, che nelle ultime ore era stata
“forse riesco a mangiare qualcosa, prima di andare al lavoro”
“forse riesco a passare da casa a risciacquarmi, prima di andare al lavoro”
“forse riesco ad arrivare direttamente al lavoro giusto in tempo”

si aggiorna immediatamente con
“è finita.”

Arriviamo a Milano Lambrate che ormai è praticamente mezzogiorno e mezzo, arriviamo ai tornelli della metropolitana dove veniamo respinti dagli addetti dell’ATM perché “con la bici non si può, è orario di punta e bisogna aspettare le 16” (mezzogiorno e mezzo sarebbe orario di punta?), torniamo indietro sollevando la bici una dozzina di volte per altrettante rampe, torniamo al binario di prima, prendiamo il passante ferroviario al volo e scendiamo a Milano San Cristoforo alle 12:59. Ci guardiamo e la tentazione di abbracciarci e piangere come teenager è forte ma siamo uomini, quindi ci limitiamo a sussurrare all'unisono un trionfante “ce l’abbiamo fatta”. Siamo solo puzzolenti gusci vuoti, non sappiamo più come ci chiamiamo ma siamo consapevoli di aver portato a termine una grande impresa.
Impresa che non ripeteremo mai più, poco ma sicuro.
Prima di andare a casa propria a godersi il meritato riposo, Gianmarco mi accompagna fino alla fine; arrivo finalmente al lavoro con 15 minuti di ritardo.

E qui ha inizio la mia giornata lavorativa di 7 ore, che affronto con 3 ore di sonno accumulate nelle ultime 48 ore.

Il sottoscritto nelle successive 7 ore, nel momento in cui arriva un cliente


Però la sera ho dormito benissimo, eh.

1 commento:

  1. Tanta stima! L'importante è che a Capo Nord non ti porti Gianma ahahah

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