martedì 7 maggio 2019

Quella volta che mi sono perso nella notte cercando di raggiungere il mare


02/12/2018


La vita del ciclista urbano medio è scandita dal raggiungimento di numerosi piccoli traguardi personali. Traguardi fisici e mentali che ci imponiamo noi stessi man mano che aumenta la confidenza con la nostra bici.
Il primo giorno ci si accontenta di non cadere dalla sella, entro qualche settimana ci si sforza di non sbagliare strada per la millesima volta, e dopo qualche mese pare che qualcuno impari addirittura a cambiare le camere d'aria bucate senza rivolgersi al negozietto sotto casa.

È solo questione di tempo prima che il suddetto ciclista, in un'orgia di emozioni sempre più contrastanti, passi al lato oscuro della Forza salendo di un ulteriore gradino la scala che conduce al delirio di onnipotenza. Dopo un'incredibile quantità di contusioni e ossa fratturate, basta la prima giornata senza rischiare di essere investiti per dichiararsi invincibili, o è sufficiente passare col verde tutti i semafori di Corso Buenos Aires per credere di avere il dominio della Materia.




E se sei un ciclista, se sei già in preda al delirio e se abiti a Milano, arriva sempre il momento in cui ti chiedi:

"E se andassi al mare in bici?" 




Perché ogni milanese, in fondo, sente il richiamo del mare. È l'unica cosa che manca, qui a Milano.



Il mare.
Il mare e piste ciclabili decenti, ecco.




Così, dopo 10 anni di pedalate quotidiane in mezzo al traffico cittadino, decido che è ora di provare a raggiungere il mare da casa mia. L'intera settimana sarà quindi improntata all'organizzazione del viaggetto che farò la domenica successiva. Vado alla Decathlon a comprare una giacchetta da ciclista (siamo a dicembre e si prevedono temperatura e clima polari) e tutta l'attrezzatura che ritengo necessaria.
Finisco i soldi quando sono lì lì per comprare anche un kit di pronto soccorso e una bussola. Pazienza.

Quindi sabato sera vado a letto promettendomi che l'indomani, fosse l'ultima cosa che faccio, proverò a raggiungere Genova. E metto la sveglia.


Cioè, penso di aver messo la sveglia.





Perché mi sveglio alle 10 passate.





Dopo aver fissato il vuoto per 20 minuti decido che è il momento di alzarmi e di costringermi a trovare una motivazione valida per non sprecare l'ennesima domenica (ovvero il metodo toast ), ma ragionando razionalmente so perfettamente che questa è una battaglia persa: affrontare un viaggio simile, così lungo, senza manco aver studiato bene la strada e con ore di ritardo sulla tabella di marcia è da perfetti idioti.



Ed è per questo che mezz'ora dopo sono in strada.


Foto di niente, precisamente nel bel mezzo del nulla 


Dopo 10 minuti già mi pento della mia scelta e valuto l'ipotesi di prendere il treno fino a Pavia per saltarmi un bel pezzo di strada che ho già percorso decine di volte. Cosa ci sarebbe di male, in fondo?
Ma alla fine prevale il senso dell'onore.


Cioè quella roba che costringe il capitano di una nave che affonda ad affondare insieme a lei, anche quando avrebbe l'opportunità di salvarsi la vita.


In poco più di due ore sono a Pavia; un'altra ora e raggiungo un triste bar di fronte al castello di Scaldasole.
Scaldasole, ah ah, pensare che sto morendo di freddo.
Al momento di attraversare il Po ho a disposizione due ponti ma, sbagliando strada, ne scelgo un terzo, lontanissimo. Scopro più tardi che si tratta del Ponte della Gerola, famoso per due peculiari caratteristiche:
- la pavimentazione in cubetti di porfido;
- il perenne rischio di crollo.





Più avanti giungo ad un cavalcavia in mezzo alle campagne, e non appena arrivo nel punto più in alto vengo colto da fortissimi crampi ad entrambe le gambe. Nulla di male, se non fosse che in quel momento non immagino neppure di essere solo a metà strada (cosa che scoprirò solo a fine viaggio).
Riposo un attimo e, dopo aver vagato per un'altro paio d'ore nelle campagne deserte, costeggio erroneamente Voghera e arrivo finalmente a Tortona. Per farmi sentire a casa, i tortonesi hanno eretto una colossale Madonnina (anzi, Madonnona) in cima ad una loro chiesa, il Santuario di Nostra Signora della Guardia.
Faccio finta di ignorare che il sole è già tramontato da un pezzo, segno che per portare a termine l'impresa ho le ore contate.


"Ellamadonna!"

A Serravalle Scrivia leggo su un cartello, con la morte nel cuore, che a Genova mancano ancora 51 chilometri.
Occorreranno almeno altre tre ore per arrivare a destinazione, e quindi l'unica possibilità di tornare a casa entro sera è prendere il treno nel prossimo paese rinunciando all'obiettivo mare.




Eh no, cazzo.
Sono partito tardi e senza sapere la strada, mi sono perso ripetutamente nel bel mezzo del nulla, ho deliberatamente ignorato tutti i segnali d'allarme...se tornassi indietro ora sarei solo un idiota che non è nemmeno riuscito ad arrivare dove voleva arrivare. A questo punto, l'unica cosa che mi resta da fare per salvare la situazione e dare un senso al tutto è essere un idiota che arriva dove voleva arrivare.

Per poi raccontare questo viaggetto agli amici riferendo tutti i dettagli più assurdi e concludendo con un trionfale "...ma almeno ho raggiunto il mare!"



Un secondo dopo aver preso la mia decisione, le lucine si scaricano completamente.
E non ci sono lampioni.




E comincia a piovere.





Proprio adesso che la strada comincia a salire.





Dopo un'ora passata pedalando ad una velocità media vergognosa, mi infilo in uno squallido bar a lato strada dove l'intera fauna locale è impegnata a guardare alla televisione una partita del campionato di calcio. Fortunatamente nessuno fa caso ad un ciclista fradicio che in fondo alla sala gocciola dappertutto e mette in carica le sue lucine di nascosto.

E solo ora mi rendo conto che, per quanto fosse l'ultima spiaggia, l'eventuale possibilità di prendere il treno in qualunque momento era ciò che mi aveva dato la forza di proseguire negli ultimi chilometri.
Ma ora è davvero troppo tardi, l'ultimo treno parte tra 10 minuti da un paesino a 5 km da qui. Anche volendo, non ho più voglia di muovermi. Sono distrutto.
Il mio spirito è talmente corrotto dalla fatica che chiamo Gianmarco e lo imploro penosamente di venirmi a prendere in auto per riportarmi a casa. Una scena vergognosa.
Purtroppo, o per fortuna, non può.

Quindi mi rassegno a passare la notte all'addiaccio e a rinunciare al mio letto caldo. Mangiando gli ultimi toast che mi sono rimasti mi torna un minimo di forza e di volontà. Il momento è delicato, nulla deve turbare questo momentaneo rinvigorimento e-

DRIIIN


Mamma.


Cazzo.


Devo comunicare riferendo i fatti in maniera un po' edulcorata.
Ok, molto edulcorata.

Me la cavo dicendo qualcosa del tipo "certo, che domande, sono già tornato a casa, ci sentiamo domani, buonanotte".


Perché una bugia detta a fin di bene vale più di mille verità.
Credo.


Finita la chiamata, rimango seduto a guardare la parete di fronte a me per un tempo infinito. Non voglio più alzarmi, né parlare con altr-


DRIIIN


I parenti di Gianmarco.
Parecchio preoccupati.

Cazzo.




Li tranquillizzo rassicurandoli del fatto che essendo una personcina responsabile andrà tutto bene.




Ha appena finito di piovere e ne approfitto per uscire, prima di essere costretto a mentire di nuovo.
E la fortuna, finalmente, mi arride: dopo pochi chilometri la salita finisce e arrivo nel punto più elevato del mio percorso, ovvero il Passo dei Giovi. Da qui in poi dovrebbe essere tutto più facile.
Per dimostrare che sta andando tutto bene, invio a chi mi sta seguendo una imbarazzante foto del sottoscritto.


Nella nuova Treccani, alla voce "assonnato" compare questa foto

Dopo diversi chilometri di discesa folle nella completa oscurità, un cartello mi comunica che sono arrivato nel comune di Genova, città denuclearizzata.
Così, a caso. Ne sono felice.




Gli ultimi 10 km sono infiniti. Inoltre ho la sensazione di trovarmi in una periferia immensa, non sembra affatto di essere nella città portuale più importante d'Italia...ma è solo perché mi trovo ancora nell'entroterra e il mare è lontano. Qui il paesaggio è dominato da distributori automatici aperti 24/24h, quindi ogniqualvolta ne incontro uno mi fermo e ne approfitto per bere qualcosa di caldo e mangiucchiare qualcosa.

Sono talmente distrutto dalla stanchezza che contatto Sara, una mia amica di Genova, chiedendole consiglio su dove possa dormire: un hotel a ore, un ostello, un pagliericcio, qualunque cosa va bene. Poi, quando sembra che nelle vicinanze ci sia un albergo fatto apposta per me ho un altro sussulto d'orgoglio e decido di lasciar perdere.

Pochi minuti dopo incontro gli unici esseri viventi in giro a quell'ora: sono dei militari, e presidiano la strada. 4 mesi prima, infatti, il ponte Morandi è parzialmente crollato, e tutta l'area circostante è off limits. Essendo un mastodontico ponte che sovrasta non solo un torrente ma anche numerosi edifici residenziali e strade, tutto ciò che passa lì sotto è tenuto attentamente d'occhio. Anche le biciclette. Quindi mi viene detto che l'unico modo per proseguire è imboccare una viuzza laterale e da lì seguire le acque del Polcevera.
Alla fine della stradina attraverso un minuscolo sottopassaggio, e sbuco sulla strada che costeggia il torrente.

Il panorama si apre improvvisamente: il grigio del cielo infinito, quasi luminoso, che contrasta con la città resa nera dalla notte, il letto del Polcevera, molto più largo di quello che si potrebbe immaginare pensando ad un torrente cittadino...e un enorme ponte interrotto a metà.

Ricomincia a piovere.
Per strada ci sono solo io, ed è tutto spaventosamente, maestosamente, lugubre.






Finalmente, alle due di notte passate, raggiungo il Porto Antico.
Il mare.




Ora mi rimane solo da capire come passare la notte.
Così, sotto una leggerissima pioggerellina invernale, scorrazzo avanti e indietro senza una meta precisa, felice e inconsapevole come un bambino che vuole esplorare tutto quello che i suoi occhi vedono. Un po' pedalando e un po' camminando, mi perdo tra gli edifici che si affacciano sulla Darsena, fermandomi ad ammirare il sottomarino Nazario Sauro e il vascello Neptune, poi mi dirigo verso il Bigo, e infine scatto qualche foto stupida vicino alla statua di un T-Rex che, per motivi a me sconosciuti, fa bella mostra di sé.

Con le ultime energie che possiedo e il gelo che mi entra sempre più nelle ossa, cerco di avvicinarmi il più possibile alle gigantesche navi da crociera, ancorate un po' più in là, e alla Lanterna, simbolo della città. Purtroppo in entrambi i casi posso solo guardare da lontano.





"ARRRRR!", da leggere con l'erre moscia




Una volta appurato che tutto quello che posso visitare nei dintorni l'ho visitato e non sapendo più come trascorrere il tempo, mi infilo dentro l'ennesimo distributore automatico.
Ufficialmente, alle 4 di notte, vinto dal freddo e dalla fatica, perdo la poca lucidità mentale che mi è rimasta.




L'ultima ora e mezza che mi rimane prima di prendere il treno la passo abbioccandomi in un bar a metà strada tra il precedente distributore e la stazione ferroviaria. Fortunatamente quest'ultima è a pochi minuti di distanza, così posso riscaldarmi un minimo fino all'ultimo.




Mentre varco l'ingresso della stazione, esausto, tiro un sospiro di sollievo al pensiero che il ritorno non dovrebbe essere complicato, non dovendo fare cambi o trasbordi strani (al contrario di quanto mi capita solitamente tutte le volte che mi ritrovo a fare questi viaggi improvvisati).
Quindi il Fato rimedia immediatamente manomettendo tutte le biglietterie automatiche della stazione e facendo sparire ogni addetto umano nel raggio di un chilometro.

Nel frattempo una ragazza si mette in fila dietro di me, nella vana illusione di fare il biglietto; la metto al corrente del malfunzionamento delle macchinette e, dopo aver scoperto di dover prendere entrambi lo stesso treno, decidiamo di salire a bordo comunque sperando di incontrare il capotreno per spiegargli la situazione ed evitare la multa.

Attenzione: segue flusso di coscienza

Cose che succedono nelle successive tre ore: cerchiamo di fare il biglietto a bordo ma il capotreno accetta solo contanti perché il suo Pos portatile non funziona, io metto i soldi per entrambi, la ragazza mi ringrazia, scopro che si chiama Desirè e che sta andando a Milano ad un corso formativo in una via che si trova a 5 minuti da casa mia, un uomo danese mi si avvicina perché mi scambia per un cicloturista navigato e tira fuori dalla tasca un coltello artigianale dicendomi che deve prendere un aereo e che teme che lo blocchino per via del coltello a cui tiene molto, qualcuno ci guarda preoccupato, mi chiede se posso custodirglielo e successivamente restituirglielo o spedirglielo a Genova, gli spiego che lo farei volentieri ma che non sono di Genova e che magari è meglio chiedere a qualcuno che abita più vicino a lui, propongo la cosa a Desirè, lei accetta e scopre di abitare a due passi dall'olandese, l'olandese scrive il proprio indirizzo, l'email e il numero sul retro di un biglietto da visita che tira fuori da chissà dove, ci ringrazia, io e la ragazza ricominciamo a parlarci, ritorna l'olandese dicendo che ha segnato l'indirizzo sbagliato e ci porge un altro biglietto da visita, arriviamo a Milano Lambrate, mi offro di accompagnare Desirè nel luogo dove deve andare per farle risparmiare strada rispetto alle indicazioni che aveva ricevuto dai suoi amici, lei accetta, prendiamo il passante ferroviario, sul treno faccio amicizia con un altro ciclista che nota la mia targa "AUTOMOBILISTI PENTITEVI" e comincia a parlarmi della Critical Mass milanese, io e la ragazza scendiamo a Milano San Cristoforo, camminiamo accanto per un quarto d'ora parlando del più e del meno, scopro che ha un negozio a Genova, decidiamo di fare colazione insieme, consiglio un bar che però troviamo chiuso, ne troviamo un altro, lei riesce a prelevare e a ridarmi i soldi che le avevo prestato sul treno, mi offre un cappuccino, la conduco fin sulla porta dell'edificio dove deve recarsi e ci salutiamo calorosamente, con la promessa di rivederci un giorno. Torno a casa, svicolo agevolmente tra le novemila domande di mia madre e mi metto a dormire per un'ora esatta, mi sveglio a mezzogiorno, mangio veloce, vado al lavoro, accenno alla collega a cui devo dare il cambio le avventure della notte appena trascorsa e mi preparo al turno di 7 ore del lunedì.

E mentre penso a quanto sia incredibile che per una volta un mio viaggetto si sia concluso bene o male senza gravi danni - tranne che per i crampi lancinanti alle gambe che mi tormenteranno ancora per una settimana - realizzo di non aver chiesto il numero di telefono a Desirè.




Ma vaffanculo.

































"...ma almeno ho raggiunto il mare!"



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