domenica 5 agosto 2018

Colico e Chiavenna, di notte, sono città molto buie


11/03/2018


Ogni tanto si sente il desiderio di fare una gitarella così, senza aver organizzato nulla, decidendo su due piedi (e in 10 minuti scarsi) un posto a caso giusto per soddisfare quel richiamo interiore che continua a ripeterci incessantemente Carpe diem.
E quando ti lasci guidare dall'istinto e sei un tutt'uno con l'universo, le energie che emani sono positive e nulla può andare storto.





Ma c'è sempre l'eccezione che conferma la regola, eh.




Finisco il lavoro alle 20:00 e chiamo Gianmarco (di lui ho già parlato qui), perché è l'unico che può accompagnarmi nel fare le cose più insensate. Gli altri non capirebbero.


- "Sono appena arrivato a casa, ho spulciato internet per mezz'ora e ho trovato un paio di robe carine. Ti propongo Milano-Colico in treno, 30 km di ciclabile lungo fiumi e laghi fino a Chiavenna, e un paio di km più avanti le cascate dell'Acquafraggia. Che te ne pare?"
- "Figo!"
- "Però c'è un problemuccio: l'ultimo treno è tra meno di un'ora."
- "Ah."
- "Dimmi te."
- "Andata!"
- "Andata!"
- "Quanto costa?"
- "Tra andata e ritorno con supplemento bici circa 20 euro."
- "Secondo te ci sono controllori?"
- "In che senso?"
- "Niente, lascia stare. Tra 15 minuti sotto casa mia?"
- "Perfetto."

Pedaliamo come matti e prendiamo il treno a Milano Centrale all'ultimo secondo.
Arriviamo a destinazione quando ormai sono quasi le 23, e ci accorgiamo che Colico è una strana città dove a quell'ora è buio.

Non ci avevamo pensato.

Sarà il buio o saremo noi ad essere cretini, fatto sta che prima di trovare la ciclabile Colico-Chiavenna percorriamo qualche chilometro in quella che ricorda una tangenziale, e capiamo di aver trovato il percorso giusto solo quando non vediamo più passare alcuna auto per più di 5 minuti. Da lì in poi dovrebbe essere tutto facile.
Il lago di Mezzola è bello.
Cioè, immagino che sia bello.
Perché non si vede un cazzo.

Ma finché siamo relativamente vicini a qualche agglomerato urbano, bene o male ce la caviamo: ci capita giusto di perderci un paio di volte e di finire su una spiaggettina in riva al lago per colpa di un cantiere e della relativa deviazione stradale. Qui cominciamo a sentire una leggera pioggerellina. Più avanti passiamo attraverso un quartiere di villette, dove l'abbaiare dei cani da guardia ci fa sobbalzare nel buio. Ma sono quisquilie.
I problemi veri arrivano quando la ciclabile sbuca improvvisamente in aperta campagna, dove non c'è un lampione manco a pagarlo.

Il bello di queste gite è l'improvvisazione, l'assenza di una qualsivoglia pianificazione. Tutta roba che lascia il sottoscritto con entrambi i faretti della bici quasi scarichi.
Gianmarco, che i faretti non li ha proprio mai avuti, prosegue un po' al buio e un po' facendo luce con la torcia del cellulare.
Cellulare che è quasi scarico. 






Proseguiamo ad una velocità media di (forse) 15 km/h nella costante paura di sbattere contro qualsiasi cosa possa trovarsi due passi più in là. Ogni tanto scorgiamo ombre di esseri sconosciuti che attraversano la strada qualche metro davanti a noi; cinghiali, lupi, gatti selvatici, peripatetiche, cosa sia non ci è dato saperlo.
Poi, succede quel che deve succedere.

- "Ste, ho sentito un rumorino nella bici che non mi è piaciuto molto."
- "Cosa hai detto? Non ho sentito, la mia bici sta facendo degli strani rumori!"

Lui pensa di aver bucato, io ho il movimento centrale/cambio/qualcosa che da qualche chilometro cigola sempre più forte. Però io posso risolvere la cosa mettendo una marcia più bassa, lui deve fermarsi e controllare.
Si ferma e in quel momento la camera d'aria scoppia.





E sua madre lo chiama.






"Sì mamma, tutto a posto, stiamo facendo un giro, sì, siamo in bici, sì non ti preoccupare, sono con Stefano, dormo a casa sua, stai tranquilla, sì metto la mia bici sul suo balcone, sì per loro non c'è problema, buonanotte, sì, comunque siamo sempre in zona, certo, buonanotte." dice, mentre cerca di coprire con la propria voce il rumore di un piccolo ruscello che ci scorre accanto.
A Milano è pieno così, di ruscelli.

Mia madre, invece, probabilmente sa che sono uscito in bici ed è già andata a dormire senza sapere però che tornerò il mattino dopo.

Quindi siamo bloccati in mezzo al nulla, al buio, con la pioggerellina che aumenta sempre di più. Decidiamo di spingere a mano le bici finché non incontreremo la civiltà o qualcosa che le assomigli. Il tempo comincia a perdere di significato, è tutto estremamente astratto, siamo lì ma contemporaneamente non siamo lì, forse stiamo esplorando una dimensione onirica, potremmo star camminando da minuti o da interi giorni. Niente ha più senso.
Continuiamo imperterriti fino a quando la ciclabile incrocia una strada vera e propria (visto che fino ad ora ci erano capitate solo mulattiere). Poco più in là notiamo pure una stazione di servizio; corriamo sotto alla sua enorme tettoia - giusto un attimo prima che la pioggerellina si trasformi in un diluvio - sperando di trovare, oltre ad un ovvio riparo, anche un distributore automatico che possa regalarci roba commestibile. Speranza puntualmente disattesa.
Però almeno possiamo ingannare il tempo cercando di riparare i danni sulle nostre bici; sulla mia decidiamo di non intervenire perché ogni nostra azione peggiorerebbe sicuramente la situazione, mentre sulla sua procediamo a cambiare la camera d'aria.

Sotto le piccole luci della struttura scopriamo così che il problema non è la camera d'aria, quanto piuttosto il copertone che ha ceduto definitivamente, sformandosi. Qualsiasi altra camera ci mettiamo, se la gonfiamo oltre un certo punto esce dal copertone e forma una "bolla" a contatto diretto con la strada. Allora inseriamo la nuova camera d'aria tenendola un (bel) po' sgonfia e usiamo quella vecchia a mo' di nastro adesivo per tenere il tutto in posizione: in pratica, arrotoliamo la camera bucata intorno al copertone e la chiudiamo con una sorta di nodo.
Una roba orribile a vedersi.
Il piccolo svantaggio è che la ruota ha un bozzo considerevole, e quando Gianma pedala va su e giù come se fosse in sella ad un cavallo che trotta.





Però la buona notizia è che sembra tenere; lo spirito di MacGyver ci ha salvato ancora una volta.
Aspettiamo che la pioggia diminuisca un minimo, usciamo dal riparo e proviamo a raggiungere finalmente Chiavenna. Fosse l'ultima cosa che facciamo.
Andiamo ancora più piano di prima per paura di compromettere la riparazione anche se nel frattempo ricomincia a diluviare, ma alla fine giungiamo ad un cartello che ci informa di essere quasi arrivati. Mi fermo sotto una pensilina lì accanto e controllo su Google Maps quanto dovrebbe mancare esattamente al centro città: 1 chilometro.
Mi volto per informare l'amico, che è rimasto indietro, e grido:


"Gianma, manca un chilometro!"




Lui mi raggiunge, frena e guarda il cartello.
La camera d'aria scoppia. 







Ormai sono quasi le quattro di notte.
Capiamo che non c'è verso di arrivare vivi alle cascate, almeno per oggi. Le ultime forze residue le usiamo per raggiungere la stazione ferroviaria della città a piedi, dove arriviamo mezz'ora dopo.
Le cascate sarebbero state visibili ad occhio nudo dal piazzale deserto in cui ci ritroviamo, se solo non ci fosse foschia ovunque. Pure quella vista ci viene negata.
Per il ritorno dobbiamo prendere obbligatoriamente due treni con cambio a Colico, ma ci sarebbe da aspettare un'ora. Decidiamo che ne abbiamo abbastanza di tutto, assaliamo il primo autobus che passa e che copre il primo tratto e imploriamo l'autista di accettare anche le nostre due bici. Fortunatamente facciamo abbastanza pietà, o semplicemente quello capisce la situazione, e veniamo accolti a bordo.
La fratellanza umana esiste ancora.
Arrivare a Colico meno di 40 minuti dopo e ripensare a quanto tempo ci abbiamo messo noi per percorrere lo stesso tragitto mi fa sentire, personalmente, ancora più idiota di quello che sono.
Gianmarco non so che cosa pensi, è impegnato a dormire.

Prendiamo la prima coincidenza per Milano Centrale, dove arriviamo poco prima delle 8, e ci dirigiamo ai tornelli della metropolitana perché di pedalare ancora non se ne parla; peccato che qui veniamo respinti dagli addetti dell'ATM perché "è orario di punta" (frase che sentiremo anche in altre occasioni) e quindi la metropolitana ci è interdetta.
Neanche mostrare la ruota bucata della bici di Gianma serve a qualcosa, così ripieghiamo sul passante ferroviario per arrivare vicino a casa. E l'unico modo per arrivarci è uscire da Milano Centrale, spingere le bici fino a Milano Repubblica, prendere il treno fino a Milano Forlanini e poi quello per Milano San Cristoforo.
Ovvero, buttando via un'altra ora salendo e scendendo innumerevoli rampe e scale, avendo pure una delle due bici inutilizzabile.

Arrivati a Milano San Cristoforo scendiamo e ci dirigiamo a piedi verso casa; accompagno Gianma fino al suo portone, davanti al quale mi assicura che con sua madre si inventerà qualcosa per giustificare l'estrema stanchezza e la ruota bucata. Poi ci salutiamo.

Apro la porta di casa mia e noto la luce accesa. Sto già prefigurando crisi isteriche, pianti, litigate furibonde da parte di mia madre; ma dopo qualche secondo capisco che lei non è ancora passata nella stanza. Facendo meno rumore possibile, lascio la bicicletta in mezzo al salotto e mi sdraio lentissimamente sul divano-letto lì accanto. Faccio appena in tempo a chiudere gli occhi che l'altra porta si spalanca con un tonfo, annunciando il suo ingresso.

- "STEFANO! Ma sei tornato adesso?"
- "Ma nooooooooo, è che sto dormicchiando da qualche minuto, non riesco a riaddormentarmi" dico, con la faccia più da bronzo possibile.





- "Ma sei vestito?" mi domanda, osservando il pile che indosso.
- "Ho fatto tardi ieri sera, mi sono fiondato a letto senza svestirmi."
- "E la bici?"
- "Ero in bici, ieri sera sono rientrato e non l'ho rimessa sul balcone...ero troppo stanco."
- "Ah ok. Sei riposato?"
- "Ehm, più o meno."
- "Ahhh, meno male. Per un attimo ho pensato avessi fatto un giro notturno!" dice, tornando in camera sua.

La mia recita è durata 30 secondi scarsi ma non mi è manco servita a farmi dormire un po' di più. Ormai mi alzo (mi sono mai seduto, forse?) e vaffanculo.
Una doccia dopo e due ore più avanti inizia la mia giornata lavorativa di 7 ore, che affronto con 0 ore di sonno accumulate nelle ultime 24 ore.





P.S. la sera stessa controllo al computer quanta strada mancava alle cascate: 10 minuti di pedalata.
P.P.S. Gianmarco non aveva i faretti, vero. Ma non aveva neppure il k-way e gli attrezzi.
P.P.P.S. riesco a vedere le cascate in un viaggio mordi-e-fuggi in solitaria, 4 mesi dopo. Yeah.




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