26/11/2013
"...e quindi siamo arrivati a Torino giusto in tempo per pranzo, è stato divertente." mi racconta Roberto, reduce dall'ennesima gitarella in bici Milano-Torino.
Gitarella per lui, ovviamente.
Ovvero per uno che quando dice "vado a farmi un giro qui vicino" come minimo prende la bici e da Milano arriva a Pisa in una notte, o passa il week-end facendo su e giù tra i valichi alpini.
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| "430 km in un giorno? Beh certo, li ho fatti anch'io giusto ieri, facile facile." |
"Perché non provi anche tu?" chiede al sottoscritto, non sapendo che - al contrario suo - io sono un cretino che rischia la morte pedalando anche solo per 30 km.
- "Ovviamente con una bici adatta, mica questa", aggiunge indicando il mio mezzo di trasporto.
- "Perché? Cos'ha che non va?"
- "Non è da corsa."
- "Vabbé dai, è già più sportiva rispetto a quella che avevo prima."
- "A proposito, se quella bici me la porti ancora una volta per fartela sistemare, te la brucio."
- "Sei un insensibile che non comprende il valore affettivo delle cose."
- "Ma infatti per me qualunque bici va bene, basta che mi faccia andare veloce."
- "Vedi? Sei solo un ciclo-mercenario, insomma."
- "Può essere. Comunque oh, io ti ho avvertito, poi fai te."
Torno a casa e decido che appena avrò una giornata libera da impegni lavorativi proverò a raggiungere Torino pedalando da Milano con la mia nuova bici.
Bici che Roberto ha regolato sulle mie misure pochi giorni fa ma che non ho ancora provato sulle lunghe distanze, tra l'altro.
Così, la sera prima del giorno prefissato imposto 18 sveglie a distanza di 1 minuto l'una dall'altra per impedirmi di restare a letto. La prima è alle 6.
Peccato che - sarà l'adrenalina - mi addormento alle 5.
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| 06:00 |
Solitamente, quando mi capita di dovermi alzare controvoglia per andare da qualche parte, fingo di aver necessariamente bisogno di una certa cosa per fare quel viaggio e quindi mi obbligo a fare quella cosa; lo scopo è quello di uscire di casa felici di poter utilizzare un qualcosa che, quindi, non sarà costata fatica inutile.
Con me funzionano i toast.
Cioè, mi alzo, mi dico "ehi, mi serviranno dei toast lungo il percorso", vado in cucina e comincio a farli senza pensare al fatto che non ho voglia di uscire; poi mi trovo con i toast fatti davanti e mi dico "beh, ormai ho fatto i toast, non posso mica non utilizzarli" e quindi il viaggio acquista automaticamente un senso.
E poi, mentre si attende la loro cottura nel tostapane, ci si può sempre fare un caffè. E tutto si incastra a meraviglia. Metodo collaudato.
Funziona anche per rimediare agli errori derivanti da una organizzazione frettolosa. Non si ha o non si ha avuto tempo per fare le cose per bene? Non importa, si butta dentro le borse qualsiasi cosa sembra possa servire e via, "eh ma non posso non uscire, le borse ormai le ho fatte".
Nel mio caso, dato che non ho manco guardato in internet su che strada devo pedalare, butto dentro le borse della bici la cosa più simile ad una mappa che ho.
Un atlante geografico.
Del '95.
Così, messo di fronte al fatto compiuto da me stesso, prendo il tutto ed esco di casa in direzione ovest.
Del viaggio non ricordo molto, giusto pochi particolari.
Tipo che avrei dovuto controllare le misure un po' prima, visto che dopo nemmeno 10 km rimpiango di non aver chiesto a Roby una mano per un'ulteriore regolazione del manubrio.
O il fatto che il vento diventa sfavorevole da Abbiategrasso in poi, mantenendosi così per gran parte della giornata.
Ma anche i momenti in cui mi capita un bivio e non so dove andare, e mi ritrovo quindi puntualmente a dover cercare la via giusta consultando delle mappe che non avrebbero MAI avuto la scala di rappresentazione utile a risolvere i miei dilemmi.
Ricordo chilometri e chilometri di nulla. O meglio, di campi coltivati, montagne sullo sfondo e prostitute su sedie di plastica.
E la sensazione che ho provato quando, dopo mezza giornata di pedalate, ho visto un cartello con scritto che Milano era 75 km dietro di me e che Torino era 75 km avanti a me.
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| "No, no, no, non posso essere solo a metà strada, è un incubo" |
O la rabbia che mi veniva quando in preda alla stanchezza mi fermavo a bordo strada per riprendere fiato e subito pensavo a gente come Roby che impiega 3 ore scarse per fare lo stesso identico tragitto.
Ma ricordo soprattutto il freddo che ha cominciato a pervadermi le ossa dal tardo pomeriggio in poi, visto che ho avuto l'intelligenza di provare una scampagnata simile a fine autunno.
Mentre il sole sta tramontando entro in una piccola stazione di servizio per riscaldarmi un po', indossare un secondo paio di calze e chiedere a qualcuno quanto possa mancare a Torino: scopro che mancano circa 40 km.
Sono ad un passo dal piangere a dirotto. Alla velocità a cui sto andando, vuol dire che devo soffrire come minimo altre due ore. Ma del resto non ho alternative, sono troppo lontano da qualsiasi centro abitato degno di nota e ormai tanto vale raggiungere Torino. Così esco e mi rimetto sulla strada con l'intenzione di non fermarmi più fino al traguardo finale.
Poi arrivo ad una rotonda.
E la sbaglio.
E mentre sto imboccando l'uscita sbagliata, impossibilitato a fare inversione causa automobili minacciose alle mie spalle (o almeno così mi pare), passo accanto ad un cartello enorme su cui non riesco a leggere nulla per via del buio.
Quasi nulla.
In quei 5 secondi in cui si svolge l'azione riesco giusto a vedere, grazie alla tenue lucina proveniente dai miei fanalini, il pittogramma che vieta l'ingresso alle bici. Subito dopo entro in una strada in cui non vedo niente e sono costretto a proseguire dritto.
L'unica cosa visibile è la linea bianca che delimita la carreggiata, che comunque mi diventa completamente invisibile 2 metri davanti. Non sarebbe un grosso problema, se potessi pedalare su una banchina. Banchina che non esiste, perché tra la carreggiata e il guardrail avanzano giusto 30 cm.
Cazzo.
Quindi sto pedalando praticamente alla cieca, in una strada dove non dovrei stare, completamente rincoglionito dal freddo e dalla fatica, senza possibilità di tornare indietro.
E quando la situazione è così, ogni cosa appare ancora più spaventosa di quello che è in realtà. Ogni auto che passa, ad esempio, mi fa sobbalzare perché è come se comparisse dal nulla; sono al buio, all'improvviso la strada davanti a me si illumina, mi passa accanto un veicolo a forte velocità e ripiombo nel buio totale. Per la mente mi passa di tutto, cerco di capire se posso scavalcare il guardrail nel tentativo disperato di attraversare qualche campo e raggiungere una strada più sicura, ma a tratti ho la sensazione di trovarmi su un cavalcavia. Quindi meglio evitare di precipitare nel vuoto.
Mi viene pure l'orrendo sospetto di essere finito in autostrada o in una sorta di tangenziale, ma continuo a chiedermi come possa un'arteria stradale di quelle dimensioni essere priva della banchina o di una minima illuminazione.
In particolare mi colpisce la seconda mancanza, visto che riesco a vedere le stelle. E dire che dovrei essere relativamente vicino ad una delle città più importanti d'Italia.
Ad un certo punto, a mezzo metro dal mio orecchio sinistro il clacson più forte che abbia mai sentito mi avverte della presenza di un autotreno. Riesco giusto a girare impercettibilmente la testa quel tanto che basta per vedermi sfrecciare accanto una ruota alta quanto me.
Solo per miracolo mantengo il manubrio saldamente tra le mani, senza sbandare. Manca poco che mi caghi addosso. Appena il mostro è passato comincio a ripetermi ad alta voce "Ok ok ok, appena c'è una uscita la prendo" e continuo in questo modo, sotto shock, per diversi minuti.
Non c'è una cazzo di uscita per chilometri.
Dopo più di un'ora (di terrore puro) ho la possibilità di andarmene da lì: imbocco deciso una piccola rampa che mi sputa su una stradina illuminata, e vedo un cartello che indica la città di Settimo Torinese.
Capisco di aver percorso circa 20 km in quell'inferno che mi sono appena lasciato alle spalle, e grazie a Dio - o chi per Lui - ne sono uscito vivo.
Fortunatamente da lì a Torino la strada è tutta illuminata, dato che ormai ho raggiunto il suo hinterland. Mezz'ora dopo arrivo nel capoluogo piemontese, dove l'unica cosa che riesco a vedere (da fuori) è la Mole Antonelliana. Chiedendo indicazioni in giro arrivo ad una stazione giusto in tempo per prendere l'ultimo treno diretto a Milano.
A fine giornata il contachilometri segna 160 km: non ho mai fatto così tanta strada in un solo giorno. E credo non la farò mai più. Forse.
Giungo a casa e mi addormento di botto sul letto.
P.S.S. il suono del clacson me lo sogno ancora, certe notti. E quando capita mi sveglio di soprassalto.
P.S.S.S. controllando sul pc di casa scopro che la strada dove sono finito dovrebbe essere la superstrada Torino-Chivasso, un'arteria soprannominata anello della morte.
Credo di aver capito il perché.








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